Hill House: bella ma non ci vivrei

The Haunting of Hill House: voto 9

Oggi inauguriamo una nuova sezione del blog (che finora era stranamente sfuggita alle Recensioni Ignoranti) dedicata a quella che è la prima grande passione di chi sta alla tastiera: le serie TV.

Infatti nel lontano 2010 mi laureai con una tesi sui Simpson e la società americana (sì sono più fico di te, no non la puoi leggere la mia tesi. Ti basti solo sapere che tutti i miei amici si presentarono vestiti da Simpson alla discussione) e da allora rompo le palle a tutti, ma proprio tutti con la differenza tra puntata ed episodio, ma di questo parleremo più avanti.

La serie con cui iniziamo è “The Haunting of Hill House” detta anche solo “Hill House” nella versione italiana o, come amo chiamarla io, “quella serie nuova di Netflix che mi fa cagare sotto da bestia ma la storia mi intriga”(abbreviato Qsndncmfcsdbmlsmi), la storia di una famiglia (i Crain) composta da padre, madre e cinque figli che per un periodo hanno vissuto in quella che sarebbe diventata una delle case infestate più famosa d’America: Hill House.

Prima di entrare nella recensione, che sarà assolutamente no-spoiler, permettete una piccola premessa: non sono un fan del genere horror. Mi cago proprio sotto. Del tipo che ancora a 21 anni di distanza dalla visione di “Nightmare il nuovo incubo” ho incubi vecchi e nuovi. Specialmente la scena iniziale della macchina. Sapete a cosa mi riferisco. No? Fa niente, il discorso serviva solo a rimarcare come non sia assolutamente un duro quando si parla di film horror.

Al contrario però so apprezzare una bella storia e “Qsndncmfcsdbmlsmi” è un miracolo della narrazione. Utilizzando il topos più classico dei racconti horror statunitensi da Poe in poi – quello della casa stregata – “Qsndncmfcsdbmlsmi” tiene lo spettatore attaccato allo schermo (seppur con le dita a coprire il viso, almeno nel mio caso) mostrando episodio dopo episodio il rapporto che ognuno dei singoli protagonisti ha con la casa dove hanno abitato diversi anni prima.

Il vero protagonista di “Qsndncmfcsdbmlsmi” infatti è il tempo. La narrazione è sempre divisa in due (a volte anche in tre) fasi temporali: l’infanzia dei protagonisti passata nella casa ed il presente, con tutti i problemi che ancora oggi quel tempo speso a Hill House causa loro.

È proprio questo concetto del “trauma infantile che ci perseguita per tutta la vita” il messaggio che lo sceneggiatore ed il regista vogliono far passare con un ritmo ed una tensione crescenti dagli episodi 1 fino al 9, momento di massimo spannung narrativo con il decimo ed ultimo episodio ad avere la funzione di spiegone finale.

“Qsndncmfcsdbmlsmi” ha imposto il proprio regista e creatore Mike Flanagan (Ouija, Il gioco di Gerald) come uomo nuovo del cinema horror internazionale, è stata una delle sorprese di questa stagione su Netflix diventandone immediatamente un must see (un po’ come accadde per Stranger Things due anni prima). Al momento non sappiamo se verrà rinnovata per una seconda stagione e questo autore, forse per conservarne la purezza (ed evitare di cagarsi ulteriormente addosso), si augura di no.

Francesco Mandolini

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