Dirty Dancing e il messaggio da seguire oggi più che mai

“IIIII haaad the time of my liiiife”
Credo basti questo a far capire di che film si parla oggi in casa Recensioni Ignoranti Classic (and quarantined) edition. L’anno è il 1987, le chiappe sono di Patrick Swayze, la canzone finale non vi uscirà mai più dalla testa. Signore e signori: Dirty Dancing.

Cominciamo subito con le confessioni imbarazzanti: fino a ieri sera non avevo mai visto Dirty Dancing. Non che avessi pregiudizi o altro, solo che è uno di quei film talmente citati che si ha la sensazione di conoscerli a menadito, quindi non avevo mai avuto veramente bisogno di guardarlo. Dio come mi sbagliavo. Quella che segue è una recensione totalmente SPOILER, quindi occhio. Se non lo avete ancora visto fermatevi qua.

Riassumiamo brevemente la trama: è l’estate del 1963 e la famiglia Houseman (padre dottore, madre che in realtà è la nonna di “Una mamma per amica”, figlia psicolabile pseudo pin-up e figlia cessa comicamente chiamata Baby) passa tre settimane in villeggiatura presso un villaggio turistico in riva al lago nelle Catskill Mountains. Qui la figlia cessa si innamora di Johnny (Patrick Swayze) l’insegnante di ballo del villaggio.

Pur essendo Johnny chiaramente al di fuori della portata di Baby, lei riuscirà ad entrare nelle di lui grazie sostituendosi nel momento del bisogno a Penny, la ballerina principale del villaggio (simpaticamente impegnata ad abortire clandestinamente il feto che porta in grembo a causa del cameriere stronzo).

Vediamo Baby che, pur non avendo il benché minimo rudimento di ballo, in pochi minuti passa da legno 12 a Carla Fracci grazie al più importante trucco della storia del cinema: il montaggio.

Con il duro sudore della fronte sgorgato in circa 2 giorni di lezione, riesce a salvare la grande esibizione in un posto di cui non ricordo il nome (e che non intendo googlare, ma tanto non è importante ai fini della trama). Subito dopo, già che c’è, fa salvare anche Penny dall’aborto casalingo grazie all’intervento del padre medico, che però si incazza con lei perché Johnny è un poco di buono e le proibisce di rivederlo, cosa che, ovviamente, la porta immediatamente a fare il contrario bombandoselo in svariate occasioni, in tutti i luoghi e in tutti i laghi (letteralmente). 

In un momento di grande soddisfazione da parte del pubblico Johnny picchia il cameriere stronzo, reo di aver messo in pericolo la vita della sua amica e che, nel frattempo, sembra intento a portarsi a letto pure la sorella psicolabile di Baby. Oggettivamente una scena tagliabile che però stabilisce ancora di più Johnny come un ribelle che gioca secondo le sue regole, frase che da sola mette gli occhi a cuoricino a gran parte del pubblico.

Si arriva verso la seratona finale e, colpo di scena, viene fuori che sono spariti dei portafogli ad alcuni clienti. Il vecchio proprietario del residence (ed il suo viscido nipote nazista) non ci pensa un secondo ad incolpare e licenziare quel rockettaro capellone di Johnny senza uno straccio di prova (quando invece poi verrà fuori essere colpa di una coppia di placidi vecchi ladri).

Tutto sembra finire male per l’amore di Baby quando, così un po’ alla cazzo durante lo spettacolo finale e senza un vero motivo se non quello di farcela prendere benissimo a noi che guardiamo il film, Johnny ritorna, dice “nessuno può mettere Baby in un angolo”, la porta sul palco e cominciano a ballare una canzone con un sound sospettosamente anni ‘80 per essere il 1963 fin quando…“IIIII haaad the time of my liiiife”. Lui la solleva sopra la testa con un volo d’angelo che manda tutti – pubblico, attori, regista, membri del catering – fuori di testa, l’amore trionfa e ci scateniamo in danze inconsulte sul divano, sognando un periodo più innocente, forse più facile e sicuramente più vero.

Detta in soldoni il film, anche se non privo di lacune, funziona, ci fa vivere una grande quanto improbabile storia d’amore e scatena una nostalgia potentissima nei confronti di un periodo storico che non abbiamo mai nemmeno vissuto. 

Il messaggio subliminale che il film porta avanti parla di come le nuove generazioni, spesso ignorate dalla classe dirigente, siano in realtà più empatiche ed attrezzate ad affrontare il presente ed il futuro proprio perché non hanno paura di cambiare la solita vecchia formula trita e ritrita.

Un messaggio che mai come in questi giorni può risuonare nelle nostre coscienze collettive. Se siamo fortunati, esattamente come il vecchio Kellerman alla fine del film, vedendo il successo della nuova canzone, capisce che è il momento di cambiare, anche la nostra classe dirigente capirà che il format utilizzato fino ad oggi è obsoleto oltre che dannoso e noi possiamo migliorarlo.
Se non ci daranno la fiducia necessaria ce la prenderemo, perché nessuno può metterci in un angolo.

In più Swayze ci fa muovere le chiappe.

Giudizio finale:
Che cazzo gli vuoi dire? Dirty Dancing, voto 9.5

Francesco Mandolini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.